Senso Comune

Saluto di Padre Busa

Da Senso Comune.

Accanto alle eventuali sintonie con almeno alcune filosofie analitiche inglesi, io colloco la nostra consonanza, di me e della mia scuola, sul valore della voce “senso” nella locuzione “senso comune”.

Al VII romano Colloquio Internazionale L.I.E. organizzato dal Prof. T. Gregory (6-8 gennaio, 1995), i cui Atti apparvero l’anno seguente presso Olschki, analizzai e riassunsi i valori di “sensus” nelle sue 8.433 occorrenze nell’Index Thomisticus.

Accanto ai sensi nel senso di “significati” e ai 5 sensi esterni biologici corporali, era emerso in San Tommaso - non come caratteristica sua, bensì di tutto il suo ambiente – un largo uso di “sensus” come attività intellettuale e quindi spirituale: il nostro pensare risulta sì capace di aggressioni per sua iniziativa, come ad esempio quelle in corso oggi nei Politecnici sulle nanotecnologie, ma resta comunque sempre accessibile anche a percezioni involontarie, non cercate ma subìte e quasi “sentite”, intuizioni improvvise, secondo una locuzione che all’Aquinate piace ripetere: “quasi ab ipsa veritate coactus”. L’intelligenza viene talora costretta e forzata a rendersi conto che...

Lo considero un fatto, corrispettivo di quella certezza sperimentale che la deissi di presenze sentite con i sensi corporali ci dà.


È da forse due decenni che l’analisi delle frequenze delle voci tomistiche mi ha condotto, volente o nolente, a rendermi conto di un fatto linguistico che chiamo “i due emisferi” del lessico di chiunque parli o scriva.

Parto dalla verità di un dato di fatto. Nel mio Corpus Thomisticum vi sono 10.611.973 parole. Le parole diverse sono 147.088. Ordinate in frequenza decrescente, vanno da un massimo di 299.503 della congiunzione “et”, grado grado sino ai 29.637 (sic!) hapax.

Orbene, le prime 80 più alte danno il 41% di tutte le voci e le prime 800 ne sono il 66%. (Quanto sopra tratta di forme, ossia flessioni, le quali richiamano 20.173 lemmi, la cui frequenza parte dal 466.781 del verbo “sum” fino ai 2.229 hapax).

Ho chiamato “primo emisfero” del lessico le 800 forme, e “secondo emisfero” le restanti 146.288. Gli inglesi le denominano “function-words” e “content-words”; alcuni francesi, con mia indignazione, le chiamano “mots vides” e “mots pleins”.

Ovviamente i confini tra i due emisferi sono fuzzy.

All’ingrosso, il primo emisfero contiene le voci che, me giovane, chiamavamo “grammaticali”, forse non tutte, bensì solo quelle di altissima frequenza perché usate correntemente da tutti e in ogni argomento: a esempio lo “o” pare usato da tutti, il che però non sembra vero di “ovverosia”.

Il primo emisfero sarebbe anche lo zoccolo di un “senso comune”, presente in qualsiasi argomento e in qualsiasi bocca o penna. E io lentamente sono arrivato a dirmi che esso altro non è che il risvolto mentale di quella logica che, con questa porzione del lessico, esprime le correlazioni attive e passive tra quei tanti “io” di cui ciascuno è l’unico al mondo.

Il secondo emisfero specifica l'argomento di qualsiasi propria espressione e quindi esprime, passo passo, la cultura posseduta da chi cerca di comunicare un qualsiasi specifico argomento di cui abbia competenza.

I due emisferi sono diversissimi tra loro e nella loro evoluzione. Il primo è di poche parole, brevi ma di frequenza altissima (“a campanile”), che si rinnovano o scompaiono a tempi lunghi, partendo da poche persone. Il secondo è di moltissime parole, anche molto lunghe, di frequenza comparativamente bassa, in continuo ricambio, a seconda dello sviluppo sociale nel quotidiano, nelle arti e mestieri eccetera, entro isole spaziali.

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